16 agosto 2007

la divinità della vita


"[...] so che solo una cosa promette di dar pace agli uomini, ed è il senso della divinità della vita, anche se i nostri destini personali siano esclusi dall'immortalità. E' solo in rapporto alla poesia, che io posso pensare al pane, solo in rapporto alla bellezza, che posso sopportare l'utilità. [...] Oggi si cura la febbre con altra febbre, il dolore con altro dolore. Si dice: costruiamo il mondo, instauriamo un ordine nuovo. Bellissimo: ma nulla si può fare di nuovo, che non sia ridare all'uomo il rispetto di sé, come di una divinità serena. [...] Perchè, vedi, i frutti dicono l'albero: e se i frutti di quest'ordine nuovo, oggi, sono assolutamente privi di dolcezza e sapore, e non fanno bene all'organismo, io dico che quell'albero è posticcio, come l'altro era morto.
[...]
Io vorrei che anche un borghese e una donna di mondo si accorgessero, attraverso una loro rappresentazione, di essere un borghese e una donna di mondo. E si operasse in questo senso uno sfatamento della leggenda inebbriante del lusso, dell'avidità e della stupidità. [...] non contro gli uomini, io sono, ma contro quello che fa 'non uomini' gli uomini, e 'non donne', le donne."

Anna Maria Ortese
lettera indirizzata a Pasquale Prunas - Milano, agosto 1948
in
Anna Maria Ortese, "Alla luce del Sud - lettere a Pasquale Prunas", Archinto, Milano 2006

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24 luglio 2007

...regalino virtuale...


grazie [t]erronea!

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02 maggio 2007

...


"Il vento, il vento. C'è da credere che esso sia lo strepito delle memorie nel loro rapido passaggio sulla terra; il mondo presente mi appare singolarmente inadatto a mescolarsi a tale musica."

Maria Corti

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11 gennaio 2007

Nada. Ultimo atto.



venerdì cinque gennaio anno duezerozerosette
in treno per civitanova marche, poi montecosaro.

E' qui che leggo le ultime pagine di Nada. Come un cerchio, il libro si chiude così come si è aperto. Gonfio di aspettative, proteso in avanti su di un futuro che sa e può portare cambiamento. Così si apre su una svolta forte, il cambio di città, l'arrivo a Barcellona per studiare, poi corre e scorre veloce scansito da tre parti che portano dentro tre nuovi, non grandissimi, passaggi, cmq importanti per il 'nostro' racconto, ed infine si chiude nuovamente e finalmente, al colmo dell'esasperazione e sull'orlo della follia, con la partenza per Madrid ed una nuova vita. Andrea, la protagonista io narrante, lascia Calle de Aribau dopo un anno di delusa esistenza. Magrissima di fame e povera. Sola. L'unico affetto acquisito a Barcellona sarà quello che la libererà dai legacci della casa di calle de Aribau e la porterà a spostarsi a Madrid.
Scritto nei primi anni '40 del secolo scorso, Nada vince il premio Nadal nel 1944 e si distingue tanto da esser definito dalla critica uno dei migliori romanzi del dopoguerra spagnolo. In Italia ci arriva, ma ora grazie alla borsa di studio vinta dalla una nuova traduttrice Barbara Bertoni alla 'casa del traductor' di Tarazona (Spagna), e grazie anche naturalmente ai tipi di Neri Pozza, torna in commercio con una edizione tutta nuova. Attrazione fatale è stato questo libro in libreria sin dalla sua fisicità sugli scaffali dell'affollatissima e ricchissima Feltrinelli di via Melo (Bari). Bello il titolo, bella l'immagine in copertina, bella la dimensione del volumetto, piccolo e compatto ma non breve, bella la carta tutta. Ora che ho messo lo zampino anche dietro le quinte della vita di un libro, dopo aver passato anni ad occuparmi della sua archiviazione e vendita o della sua raccolta per far nascere biblioteca, ora, dicevo, che sto avendo modo di curarne la genesi (fisica, non sono autrice!), dalla progettazione fino alla stampa di quello che sarà poi il suo 'corpo', ora so bene, ancora meglio di quanto tuttavia avevo già intuito, quanto sia complessa la sua semplicità, la sua eleganza, il suo equilibrio formale. A Bari l'ho preso in mano Nada, l'ho sbirciato e corteggiato. La fila alla cassa era così lunga, nella settimana che precede il Natale, che ho pensato bene di uscire senza acquistare nulla, senza acquistare 'nada'! L'ho fatto mio a Bisceglie, nella libreria Oompa Loompa di Agata Diakoviez dove ero in visita per la mostra della mia amica sorella Teresa. Tutt'altro clima naturalmente! Poi la lettura ha confermato quell'istintivo fiuto. Nada è un libro che corre veloce, è un libro scritto e tradotto benissimo. Benchè a tratti di una tristezza profonda, per le tematiche e le vicende di cui tratta, c'è fame solitudine e follia in questo libro, la scrittura resta sempre fresca e luminosa, lieve come un vapore, avvolgente e capace di restituire più di ogni altra cosa il clima umano ed intimo di Andrea nella Barcellona della sua giovane età. Mi ha stupito la modernità del linguaggio che pesca nel gergo parlato con estrema disinvoltura, cosa cui oggi siamo ben abituati ma nel '40 no, e che descrive eventi e sensazioni con una immediatezza bellissima, senza il filtro spesso inevitabile delle convenzioni del tempo. Questo mi ha dato da pensare. Non so ancora bene se questa è l'esatta cifra dell'autrice, Carmen Laforet, o (più probabilmente?) la differenza tra la nostra cultura e quella spagnola, che senz'altro mi è sempre parsa più brillante nel descrivere l'umanità senza far uso di pregiudizi, filtri e convenzioni. E' così sorprendente seguire il filo del racconto che è imperlato di luminose visioni sul mondo, sull'architettura della città vecchia, sul contesto cittadino e sulla 'fauna umana' che Andrea incontra lungo il suo cammino durato un anno della sua vita condivisa con noi... lettori. L'impressione è quella di avere una presa diretta con il suo pensiero, come se il passaggio in scrittura non avesse minimamente incrinato o intaccato la qualità della visione... L'autrice si è fatta così protagonista indiscussa e geniale della materia che racconta.
Da non perdere direi!

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24 agosto 2006

...pugnare con le onde...


Il mare aspettava, lo guardavo con lo sguardo bambino, largo e vagante. Era estate, e dovevo rubare a quel mare avaro un po' della sua libertà. Per farlo dovevo capirlo, toccarlo col corpo. (...) Decidermi ad entrare in acqua fu la cosa più difficile che sinora avevo incontrato. Era duro quel mare, e mi respingeva avaro. Lottavo per afferrare quel corpo liquido che mi sfuggiva sorprendendomi da tutte le parti. Perdevo l'equilibrio, arretravo di corsa a quattro mani per ritrovarmi ricacciata sulla spiaggia, senza fiato.
- Mi scusi se mi intrometto, signorina, ma lei non imparerà mai se continua a pugnare così con le onde. Al mare bisogna abbandonarsi...


Goliarda Sapienza, L'arte della gioia

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