20 dicembre 2006

Report nella città creativa 2 ::: L’arte della cura! :::


Per un poco allontaniamoci dai clamori della città, dai percorsi consueti e proviamo un altro passo. Cerchiamola l’arte nelle pieghe, nelle zone d’ombra, dove non ci aspettiamo di incontrarla.
Andiamo in un luogo apparentemente separato: l’ex Ospedale Psichiatrico “Giuseppe Libertini”, ‘tornato’ alla città nel settembre del 1998 a vent’anni dall’entrata in vigore della legge 180, che decretava la definitiva chiusura degli ospedali psichiatrici. Oggi ci appare come un parco, con il lungo viale abitato da sontuosi pini, a lato, guardiamo l’imponente mole dei padiglioni. alcuni destinati a nuova vita, altri, in attesa, portano l’odore di ciò che è stato. Fu un evento densamente creativo, progettato da Bigsur e pienamente accolto dalla direzione generale dell’epoca, a sancirne la sua ‘ex funzione’ destinandolo a nuove pratiche. “Apriticielo”, questo il nome scelto per la tre giorni che, nonostante la pioggia portò nell’isola del dolore, in quel corpo estraneo e sconosciuto della città l’esperienza di numerosi artisti e la curiosità dei cittadini che con sospetto e timore avevano guardato al di là del grande cancello verde. 3000 persone misero gli occhi nello spavento delle grandi camerate, nei refettori, nei bagni con le vasche in fila; mirarono dagli spioncini e videro le scatole che contenevano le televisioni nelle grandi sale collettive, l’infilata dei neon e le piccole luci blu per la notte. Fu possibile leggere i graffi sui muri e i resti di tante esistenze lì private della loro dignità di essere persona nel bianco candido di pareti piastrellate.
La creatività la andiamo a cercare il quel recinto e la troviamo, sorprendentemente in atto. Con una qualità ed una determinazione di ricerca sorprendenti.
La galleria buona sta nei corridoi del Dipartimento di Salute Mentale della AUSL Le 1, diretto dal dottor Serafino De Giorgi, bravo psichiatra e bravo ‘intenditore d’arte’. Una sequenza di pitture, impaginate su nero mostrano il lavoro del Centro Diurno del CSM leccese. Lavori astratti, ritratti, paesaggi, sorprendenti visioni urbane. Il colore trattato in tutta la sua materialità. C’è una rivoluzione percettiva quando guardi quella che Jean Dubuffet chiamò art-brut. C’è una forza inconsueta che si muove. La meraviglia scaturisce e de-connota ciò che già sai. Divieni solo sguardo. Necessario è mettere da parte, scorticare proprio, le categorie precostituite dell’arte per accogliere ed apprezzare. Ed è un godimento assicurato.
Da quei quadri, in bella mostra in ambienti che hanno pienamente recuperato la loro funzionalità accogliendo un polo formativo d’eccellenza, prende il via una visita più larga, curiosi dell’origine di quelle opere. Andando a cercare scopriamo un modo di approcciarsi al disagio psichico e alla ‘malattia’ mentale che in qualche modo conferma quell’attitudine salentina che sa fare recinto e cura, accudimento e valorizzazione.
Qui da qualche parte si parla di reversibilità, non più solo di riscatto, di diritto di cittadinanza, di un astratto sentirsi alla pari! Qui, nel confronto con la ‘qualità sensibile’ del paziente si sperimentano pratiche che lavorano sui linguaggi. Una comunicazione circolare che si irradia da ogni soggetto coinvolto al gruppo con una chiarezza di progetto sorprendente che rompe l’idea dello stigma e del recinto protetto, dialogando con l’esterno, con l’altro, con l’intero sociale.
Il Centro Diurno leccese, ‘ambientato’ in un ala di un vecchio reparto del Vito Fazzi, è coordinato dalla dott.ssa Maria Antonietta Minafra; Valentina Sansò, Paola Torsello, Silvia Bressan, Mary Congedo, le guide creative, chiamate quotidianamente a confrontarsi con una utenza consapevole e responsabilmente capace di elaborare il proprio disagio esistenziale. Un lavoro complesso, e per molti versi gioioso, che alla pittura affianca la scrittura, la composizione grafica, il movimento. Una gamma di laboratori che hanno inventato la biblioteca degli Aspiranti Libronari e avviato Germinazioni, un presidio del libro tematico inserito nella rete nazionale della promozione della lettura; inventato oggetti di design riciclando carta e una rivista, Naviganti, edita dall’editore Manni diffusa in tutta Italia. Incontri e seminari che riflettono sui diritti umani, con incontri curati da Stefania Ricchiuto; dissertano sul Libro Verde che descrive l’orientamento della comunità europea sulla salute mentale; indagano le vicende legate alla vita di Franco Basaglia, per non dimenticare e per conoscere la sua opera. Tanto fare che dà intensità allo stare, costruisce atti utili, che aprono al sorriso, all’incontro, alla critica e anche al pianto. Una catarsi necessaria che sfoga tensioni, e allenta, e sana quando solidale e piena.
Vicino, dentro l’aperto del recinto, tornando verso l’ex-opis c’è il Centro per la Cura e la Ricerca dei Disturbi del Comportamento Alimentare, diretto dalla dott.ssa Caterina Renna anche questo attraversato e contaminato da pratiche creative che sollecitano e allertano l’espressività. Il Centro, dalla sua fondazione ha elaborato momenti di sensibilizzazione, che si sono rivelati capaci di definire un’immagine di apertura e di disponibilità che ha permesso a molte giovani donne di avvicinarsi senza la preoccupazione o l’angoscia di svelare il proprio sintomo, senza la sensazione di cadere nell’abisso sconosciuto che la cura spesso rappresenta. L’arte, il lavoro creativo, l’approfondimento culturale e scientifico sono state le leve su cui si è costruita la relazione con l’esterno e la chiave di un lavoro terapeutico che punta all’integrazione di esperienze e competenze diverse per rispondere a quello smarrimento, a quel sentimento di inadeguatezza così fortemente critico nei riguardi dell’ordinario della vita, che non corrisponde aspettative, che profondamente delude la sensibilità di chi sente di doversi sottrarre, senza immaginare di reagire, inoltre alla fragilità del proprio sé, punito, mortificato, svuotato di vita.
Una sofferenza quella anoressico-bulimica, che coinvolge tutti i livelli della persona, che altera profondamente i rapporti affettivi e relazionali, non può essere affrontata e risolta da terapeuti che si occupano esclusivamente del sintomo ignorando tutto il resto. É necessario un contatto fortemente creativo, al di là di procedure standardizzate: ogni persona ha una dignità ed una propria cultura che valgono in quanto tali, al di là dell’aspetto corporeo è necessario cercare di definire possibilità di espressione, di oggettivazione della propria differenza sentimentale ed emozionale, per riportarla ad una normalità, ad una quiete, ad una pienezza comunicativa.
In questi luoghi - si progetta, si immagina, si sogna e concretamente si vive, ‘demitizzando’ lo stigma, la differenza. Interpretare il tempo della cura attraverso la pratica creativa, significa progettare un coinvolgimento “responsabile” ed evolutivo del paziente che intraprende un percorso di scoperta delle sue potenzialità. Una ricerca che cerca di individuare e dire le emozioni, gli affetti, le necessità. Tensioni ed idealità che si oggettivano in atti espressivi, in comunicazione, in vita attiva. C’è come uno stato pigro che conferma il sè malato, che ferma l’agire, lo incanta in un andare e venire dei pensieri che si fanno mormorìo dell’io. L’artista è capace di distaccarsi dall’opera per contemplarla, allo stesso modo nella cura si può fare di sé l’oggetto dell’opera. Chiedere alla terapia di farsi opera è fare della cura un’esperienza creativa. Un cammino di maturazione, in grado di affinare autostima e capacità relazionale, di svezzare vocazioni e attitudini, di fortificare il paziente nel suo diventare autore di sé, dentro una possibilità nuova di concepirsi.
Molte altre sono le esperienze in campo sanitario, che ricorrono ad esperienze creative per trovare un alleato utile alle strategie terapeutiche. L’incontro con l’arte è prima di tutto motivo di rinnovamento del rapporto tra istituzione e soggetto. Un alleato che interagendo tra individuo e struttura sanitaria, gioca il ruolo mediano della cultura, della sua autonomia, che soltanto nel gioco relazionale trova effetto ed efficacia. L’attesa del guarire si muta in movimento, in un movimento dell’anima, che sceglie svelarsi, sceglie di condividere l’esperienza riscattando il silenzio, la chiusura, la negazione che porta con sé il manifestarsi della malattia.

MM

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