01 aprile 2007

La magia dei Canti di Passione


Scrive Giuse Alemanno nel suo “Terra nera, romanzo perfido e paradossale di cafoni e d’anarchia”, che “per i meridionali, le cose che mancano valgono come le cose che ci sono. Le assenze si considerano presenze mancanti, le negazioni sono affermazioni ribaltate”.
Entro nella bellissima chiesa del Convento degli Agostiniani a Melpignano -un luogo chiave della Storia salentina, non tanto per la contemporaneità tarantista, ma perché retroguardia della otrantina basilica di Casole e scriptorium d’eccellenza nel mondo antico- e mi porto dietro questo pensiero.
Le cose che preparano la Pasqua, con la sua mitologia rigenerativa, sono senz’altro una delle dimensioni riturali più radicate ed articolate nella vasta gamma delle tradizioni folcloriche. Quel guscio d’uovo che rompiamo senza attesa e stupore per il dono celato, è la piccola cosa che rimane alla superficialità consumistica di noi moderni.
Nella mancanza che contempliamo, nello splendore di questa chiesa, le ‘cose’ erano diverse, certamente mosse da una ‘preghiera’ forte e sofferta, con una sincerità d’intenzioni che rendono sacro, oltre il sacro, quella pietas contadina che era capace d’essere devota e anarchica al tempo stesso. Vera essenza della nostra madre terra salentina.
Il passaggio adesso è di sapienza. Dagli ‘ultimi vecchi’ ai giovani. Fare semenza alla tradizione, il monito. Nell’invenzione di atti utili a dare vigore e nuovo legame alla comunità. Calibrare le voci, affinare la lingua in una comunicazione essenziale che non si svilisce nel cercare pubblico, nel farsi evento. Questo il pregio dei Canti di Passione, che Luigi Chiriatti, Gianni De Santis e Sergio Torsello concertano per l’Unione dei Comuni della Grecìa Salentina in concorso con l’Istituto Diego Carpitella, la Provincia di Lecce e la Regione Puglia.
Un vero e proprio festival di primavera! La politica della promozione territoriale trova nel “cuore griko” del Salento le sue migliori qualità. I Canti di Passione sono come la palma d’ulivo posta alle spalle dei cantori sull’altare: un valore plurale. Come i fiocchetti colorati e le immaginette della santeria appese, popolate anche quelle da diversità convergenti. Un universo d’immaginario dove i simboli si mischiano all’esperienza umana, quella dell’uomo che a devozione si raffigura nel Santo, che prega e invoca raccontando la comune “passione”. C’è il Sud qui. Tutto il sud del Mondo. E’ in questa vicinanza materiale di tradizioni che si consuma il rito.
Una ritualità che si rinnova, portando la sua forza suggestionale al di fuori dei recinti devozionali e allarga il sentire a chi per costume e credo a quel recinto è estraneo. Quest’ascolto non può essere superficiale, ciò che accade non lascia indifferenti. Nel tutto aperto del canto vedi intero l’uomo che si fa voce, suono, vibrato armonico. Lo vedi sollevarsi, farsi tramite. Proteso, tutto al servizio. C’è lo sforzo antico del popolo che si apre al divino nella concretezza, nella materialità dell’atto. Un’ingenuità densa di timore e di orgoglio. Pura potenza che rende grazie all’albero dell’eterna vita che ha radici conficcate nella terra e rami e fronde protese, che vanno al cielo, in redenzione. Nel popolo il Cristo traversa la sua via crucis ed è il popolo che lo incarna, tutto votato al poco, che fa il canto volgendosi alla comunità, per strada, luogo civico dell’incontro, luogo laico dove si può dire, alzare la voce, gesticolare, raccontare. Fuori dall’osservanza nella piena comunione. Dove ciò che è perduto ritorna ed ogni mancanza si riproduce in malinconia, in rimorso. Nella chiesa di Melpignano il silenzio è denso. Tutti partecipano trasportati dalla forza delle voci. Quello il tramite autentico di contatto con ciò che ci trascende.
E nella mescla contemporanea incarnata da Antonio Castrignanò e dal suo ensamble, senti come i rimandi delle culture s’intersecano nella piena consonanza segnica. Mancanza e melanconia sono struttura, respiro d’anima e di pancia . E l’incedere di una banda sfoga l’unicità del pianto. Il travaglio del Mondo è dovuto al male che si dice e al male che si fa e il motivo dei Canti è di ricordare che la pena che patì il Signore sulla croce fu per un Mondo di pace.

MM
[foto VS]

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